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Vogliamo aiutare le persone a sviluppare consapevolezza nell’uso che fanno del web, per preservare la privacy e l’indipendenza degli individui.
Il progetto parte da alcune riflessioni sul mondo contemporaneo e sul modo in cui gestiamo la nostra memoria online e offline.

Nel mondo in cui viviamo siamo soggetti a un salvataggio di dati — di cui non sempre abbiamo coscienza — che ci spinge in modo compulsivo ad accumulare e accumulare: foto, pensieri, post, tweet insieme a altri oggetti digitali. Si va così a creare un database di cui non si ha e non si può avere controllo e che, paradossalmente, diventa inaccessibile. Quella che rimane è l’illusione di avere tutto sempre disponibile e a portata di click, ma così non è. Di fatto ci preoccupiamo molto più della quantità che della qualità dei dati che salviamo, mossi dall’unica esigenza di avere tutto su qualche supporto.
Sarà forse che abbiamo perso il valore del ricordo, della Memoria? Ritrovare il polveroso album di foto che usava il nonno per raccontarci le storie di famiglia ci emoziona ancora, ci riporta a quando sulle sue ginocchia ci faceva sedere e incominciava a narrare di fatti e persone che prendevano vita da quelle fotografie. Noi, invece, cosa lasceremo ai nostri figli e nipoti? Probabilmente un deserto digitale.
Exit.bio vuole ridare valore ai ricordi e alla memoria, per riscoprire quella dimensione intima e di qualità del nostro tempo che oggi sembra andata perduta nel flusso della quotidianità.

Aderendo al movimento Sloweb, Exit.bio promuove e sostiene un uso consapevole di internet e dei social network, in contrapposizione all’uso frenetico e spasmodico che spesso si fa di questi strumenti.

Uno dei padri del movimento è appunto Pietro Jarre, fondatore di Exit.bio.
Questo post è il primo di una serie che tratterà questi temi perché vogliamo costruire un approccio culturale e consapevole alla memoria digitale.